E’ interessante vedere oggi come la pedonalizzazione della città riscuota il successo della maggioranza dei cittadini e dei commercianti e molti ancora
vogliano aumentare gli spazi ad uso pedonale.E’ la rivincita del pedone? Forse si, ma anche una consapevolezza che c’è bisogno di sottrarre gli spazi dedicati alle macchine. Ma non è su questo che intendo soffermarmi, piuttosto è quanto sia cambiata l’opinione della gente da dieci anni a questa parte a Trieste, specialmente quella dei commercianti.
Perché? Nel 1998 quando ricoprii il ruolo di assessore comunale al “territorio e patrimonio”, dopo aver indirizzato l’amministrazione pubblica ad eseguire fognature, impianti di depurazione e Scuole, opere poco visibili al cittadino, decisi di intervenire sull’immagine della città. Passai una settimana a passeggiare in alcuni rioni e mi soffermai a guardare i palazzi del Borgo Teresiano con maggiore attenzione. E questo lo feci di sera quando il rione era spopolato. Poi feci una analisi dello stesso rione passeggiando nelle ore di punta, di maggiore traffico pedonale e anche di congestione automobilistica e relativo parcheggio selvaggio. A quel punto mi consultai con gli uffici tecnici del comune, i quali mi chiarirono le idee su alcuni punti critici e decisi di presentare alla giunta e al Sindaco Illy una delibera di indirizzo che a parer mio se non rivoluzionaria, per non esagerare, fu determinate per cambiare l’uso della città. La delibera consistette nell’intraprendere la pedonalizzazione di un percorso ideale che andava da viale xx Settembre fino a piazza Venezia. Non nascondo che, prima ancora di avere l’approvazione, diedi l’incarico agli uffici tecnici di progettare le pavimentazioni che assecondarono un’idea che per molti era balzana. Allora pensai che tutto doveva essere fatto nel minor tempo possibile e anche in sordina. Chiedo scusa alla collega Barduzzi, che allora aveva la delega all’urbanistica ed era responsabile della stesura del piano del traffico; certo tutto ciò non mi fece onore per il gioco di squadra. Pur consapevole del lavoro delicato intrapreso dalla collega il 13 agosto 1998, presentai alla giunta la delibera di realizzazione della pavimentazione del “percorso ideale”; l’inizio dei lavori lo individuai in via San Nicolò.
Non scelsi a caso via San Nicolò, in quel periodo c’erano delle ristrutturazioni nella parte alta della via e le case erano interessanti e la via era pararella al corso Italia e a via Mazzini. Ebbi una serie di incontri con le categorie le quali mi guardarono come se fossi un folle visionario. Cercai di spiegare che vedevo in quel percorso il vero centro commerciale all’aperto della città e che in futuro tutti avrebbero condiviso l’idea. Iniziarono i lavori, con non poche difficoltà, anche dovute alla prima esperienza degli uffici tecnici comunali nell’affrontare lavori di quel tipo in centro città. I commercianti erano imbufaliti e sotto un certo aspetto posso comprendere che i lavori abbiano comportato un disagio. Ricordo che fui insultato, la gente intervistata era contraria, proprio in quel periodo mi fu acidata la macchina. L’opposizione politica, allora il centro destra, cavalcò la protesta. I lavori continuarono, si affinò la tecnica arrecando meno disagio possibile agli esercizi commerciali, ma diversi politici della maggioranza di allora ferano perplessi di che cosa si stava facendo.
Posso dire con presunzione che mi ero messo in discussione. E’ stato facile trovare il consenso per fare la riviera di Barcola, piazza Unità, Romolo Gessi; e così un lungo elenco ma erano riqualificazioni che non andavano a cambiare le abitudini della gente; le pedonalizzazioni invece hanno cambiato un modo di vedere e usare la città.
A Trieste molto spesso si confondono le abitudini per tradizioni ed è questo che la rende vecchia, non tanto il fatto anagrafico. Infatti la nostra città è prima in Italia per l’utilizzo di internet da parte della terza età. Questa mia cronistoria dimostra che è compito della politica vedere in anticipo dove deve andare il mondo.
L’arida economia, che non guarda in faccia nessuno e definisce tempi e percorsi, e l’illusione dell’uomo, che la tecnica sia ancora il mezzo e non si sia trasformata in fine, rendono ancora più importante la creatività per dare una vita più gradevole possibile. Non sempre il cittadino coglie il bisogno di cambiamento, perché lo ritiene faticoso, toglie rendite di posizione e alcune esperienze sono infelici, ma questo fa parte di un sistema di competizione che avviene anche tra città. La grande sfida è trovare lo spazio per l’uomo, per questo insisto che talvolta nella città bisogna avere il coraggio di demolire, senza ricostruirecome nella musica lo spazio vuoto è importante, così è anche nell’architettura.